Maturità, lavoro e scelte personali: il nuovo volto di Alexander Bublik
Sotto un cielo incerto e con condizioni meteo tutt’altro che semplici, Alexander Bublik ha superato Marton Fucsovics in tre set e in conferenza stampa ha raccontato la sua nuova filosofia di vita e di tennis.
Avversario complicato oggi, ma sei riuscito a venirne fuori. Che sensazione provi?
“È una sensazione fantastica. Le condizioni erano davvero difficili: ha iniziato a piovere, c’era vento, sembrava quasi una tempesta. Durante il riscaldamento il tempo era normale, poi entrando in campo è cambiato tutto. Il vento soffiava soprattutto da una parte e non era semplice far atterrare i colpi nel modo giusto. Sono molto felice di come ho gestito la partita a livello mentale, soprattutto per essere rimasto dentro il match anche quando ero sotto di un break nel terzo set“.
Sembra di vedere un Bublik più concentrato, più “presente” rispetto al passato. Ti stai divertendo di più rispetto agli anni precedenti?
“Sicuramente mi piace vincere di più rispetto agli anni passati. Questo approccio è qualcosa che ho iniziato a costruire più o meno da Madrid, Roma e Torino lo scorso anno, e ho continuato su questa strada. Quando le cose funzionano, non vedo perché cambiarle. Per me ora conta mantenere la continuità, il ritmo, fare ciò che sta dando risultati. Finché funziona, continuerò così. Se serviranno aggiustamenti, spero di accorgermene in tempo, senza ritardi come è successo nel 2025, quando ho perso un po’ il ritmo a inizio stagione“.
Nel terzo set eri sotto 5-2: il Bublik di uno o due anni fa forse avrebbe mollato. Invece hai lottato e hai vinto. Qual è stato il fattore scatenante di questo cambiamento mentale?
“Con il passare degli anni sono invecchiato un po’, sono maturato. Oggi tratto il tennis più come un lavoro. Sono qui per fare le cose seriamente, per vincere le partite, per dare tutto quello che è in mio potere — sempre nel rispetto delle regole e di quello che chiamo il “codice del gentiluomo”. Voglio fare tutto ciò che è possibile per vincere.
Combatto di più, cerco di rimettere una palla in più. Questa mentalità l’ho acquisita dallo scorso anno e cerco di mantenerla. Non trovo più alcuna gioia nel perdere, urlare, spaccare racchette. Non ne sento il bisogno. Preferisco lottare fino alla fine. Oggi ha funzionato, vedremo nelle prossime partite”.
Avevi detto che il tuo obiettivo per quest’anno era entrare in top 10, e ci sei riuscito. Ora cosa vuoi ottenere? Quali sono i tuoi obiettivi personali, anche considerando la tua famiglia, di cui parli spesso?
“Direi essere una brava persona per la mia famiglia. È la cosa più importante. Restare con i piedi per terra, lavorare duro, giocare a tennis. Credo che questo sia ciò che posso chiedere a me stesso come essere umano. Cerco di essere un buon padre, un buon marito, un buon amico. Al di fuori del tennis, questo è ciò che conta davvero per me“.
Guardando agli ultimi cinque o dieci anni della tua carriera, e pensando a quello che dici oggi sul non spaccare racchette o sul non voler sprecare questa opportunità, senti di aver buttato via parte dei tuoi primi anni non avendo questa mentalità?
“No, perché non puoi forzare una persona. Tutti dicono che si dovrebbe imparare dagli errori degli altri, ma io credo che si impari solo dai propri. Puoi spingere qualcuno fino a un certo punto, ma rischi di romperlo. Magari arrivano i risultati, ma perdi la vera essenza della persona.
Sono anni che sentivo questi discorsi. Non ero un ragazzino: sono stato per sette-otto stagioni consecutive in top 50, già top 100 dal 2017. Era un percorso lungo, ma quelle parole non “scattavano” dentro di me.
È come quando mangiavo junk food o bevevo Coca-Cola: smetti solo quando lo scegli tu. Lo stesso vale per la mentalità. Oggi è una mia scelta dormire bene, stare con la famiglia invece di uscire. È un processo naturale.
Se guardo al passato con gli occhi di oggi, potrebbe sembrare che abbia sprecato del tempo. Ma io ero felice. Facevo quello che sentivo giusto, conoscendo le conseguenze. Sapevo che così non sarei stato stabile tra i primi 20 o 30, e infatti oscillavo tra il 27 e il 35. Ma lo accettavo.
Avevo una famiglia, ero felice, facevo finali, vincevo anche qualche titolo. Guardandomi indietro, non cambierei nulla. Non so cosa succederà a Bublik tra cinque anni: potrei essere ancora più concentrato, oppure dire che voglio stare a casa. L’importante è che sia una scelta mia.
Abbiamo visto tanti giocatori della mia età chiudere la carriera di recente, ed è triste. Gente che un anno fa giocava contro di me e oggi fa il coach. Ma se è una loro decisione, la rispetto. Credo sia fondamentale non snaturarsi, non vivere secondo ciò che gli altri dicono. E se poi non funziona?.
Una filosofia di vita, più che una semplice evoluzione sportiva.




