TennisTalker MagazineEditorialiJakub Menšík: nel deserto tra i campioni, l’ascesa del prescelto
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Jakub Menšík: nel deserto tra i campioni, l’ascesa del prescelto

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Da promessa a consacrato: il ritorno a Doha trasforma Jakub Menšík in protagonista della sua generazione.

A Doha, due anni fa, era poco più che un ragazzo. Non aveva ancora compiuto diciannove anni quando si prese la scena battendo in sequenza Alejandro Davidovich Fokina, Andy Murray, Andrey Rublev e Gaël Monfils, spingendosi fino alla prima finale ATP della carriera, poi persa contro Karen Khachanov. Era la settimana della scoperta, dello stupore, delle domande: chi è questo gigante venuto da Prostejov?

Oggi, la risposta è molto più chiara. Jakub Menšík non è più soltanto una promessa. È un giocatore che ha già vinto un Masters 1000, che è entrato tra i primi venti del mondo e che a Doha è tornato da protagonista, battendo anche Jannik Sinner, il numero 2 del ranking. Se due anni fa il Qatar era stato il palcoscenico del debutto ad alta voce, stavolta è stato il luogo della conferma.

Contro Sinner ha giocato una partita da uomo fatto, non da talento in cerca di legittimazione. Il suo rovescio, fluido e pesante, ha dominato la diagonale, il servizio, impattante e preciso, gli ha garantito punti rapidi nei momenti chiave, e la risposta è stata coraggiosa, aggressiva, quasi sfacciata. Non c’è mai stata la sensazione che stesse subendo lo scambio. Al contrario: è stato lui, spesso, a dettare ritmo e traiettorie. È finita in tre set, ma il messaggio è stato netto. Tra lui e il numero due del mondo, nei colpi, non c’è distanza.

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È una vittoria che pesa, forse quanto quella finale vinta a Miami contro il suo idolo Novak Djokovic, il giorno in cui ha smesso definitivamente di essere soltanto “quello bravo per l’età”. Non è solo il trofeo o il nome battuto dall’altra parte della rete. È la consapevolezza che nasce da partite così: sapere di poter stare lì, nel punto più alto della partita, senza tremare.

La ricerca della costanza

Il talento, del resto, non è mai stato in discussione. Classe 2005, struttura imponente, timing naturale, capacità di assorbire e rilanciare la potenza da fondo campo. Eppure, dopo l’exploit americano, è mancata la continuità. Un ottimo Madrid, poi prestazioni opache, quasi spaesate. Le sconfitte inattese a Roland Garros, a Wimbledon, allo US Open. I problemi fisici: il ginocchio durante la swing asiatica, il piede a Basilea. Una stagione chiusa prima del tempo, con la sensazione di un potenziale rimasto sospeso.

Il 2026, però, ha raccontato un’altra storia. Il secondo titolo ATP ad Auckland, il primo ottavo di finale Slam raggiunto a Melbourne (anche se non disputato per un problema agli addominali) e ora questa vittoria che riaccende tutto. Doha, ancora una volta, come crocevia simbolico. Come se quel campo gli ricordasse chi può essere.

La sfida, adesso, è una sola: la costanza. Non gli manca il tennis per stare nell’Olimpo della sua generazione. Non gli manca la personalità per affrontare i migliori. Gli serve trasformare gli acuti in abitudine, le settimane straordinarie in normalità competitiva. Vincere la battaglia più sottile, quella contro le pause, contro le distrazioni, contro i cali.

Perché Jakub Menšík ha tutto. E quando un giocatore così capisce davvero di averlo, smette di sorprendere. Comincia a dominare.

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