Denis, Vasek, Ivan, Tim, Chris e Ricardas. Diversi per età, ruolo nel grande romanzo della pallina gialla e destino. Lasciano facendo poco rumore. Ma il tennis, quando si spengono i riflettori, non chiede fracasso. Chiede memoria
Denis Kudla
L’americano di Kiev ha scelto di chiudere circondato dalla sua squadra nazionale, in un gennaio che sapeva di bilanci. Alla United Cup, in maglia Stati Uniti, l’ex numero 53 ATP ha salutato il professionismo dopo sedici anni di attività. Un addio in silenzio, con una vittoria in doppio misto per stappare lo spumante buono del pensionamento. Kudla, che nel corso della sua parabola nel Tour ha avuto modo di incrociare tutti i grandi del suo tempo, ha raccontato l’emozione con parole nude, del tipo “non pensavo che le emozioni mi avrebbero travolto… rappresentare il mio Paese significa tutto. Giusto chiudere così”. E così ha salutato: in piedi, come chi sa di aver fatto il proprio dovere.
Vasek Pospisil
Vasek Pospisil ha salutato Toronto, casa e memoria, dodici anni dopo quella semifinale che gli cambiò la traiettoria della carriera. Il ragazzo di Vernon, cresciuto lontano dai riflettori, ha ricordato il viaggio come una somma di incontri e possibilità, “un sogno che a volte rischi di dare per scontato”. In singolare ha spinto fino al numero venticinque raggiungendo tre finali – compresa quella di Sofia 2021 che regalò a Jannik Sinner il primo titolo della carriera – senza tuttavia mai riuscire ad alzare una coppa, ma in doppio il percorso di Vasek è stato quello di un campione: best ranking al numero 4, trionfo a Wimbledon nel 2014 in coppia con Jack Sock e sette titoli complessivi. Un palmarès solido, figlio di una carriera costruita senza scorciatoie, chiusa a Toronto, tra le mura domestiche.
Ivan Dodig
Il croato ha fatto del doppio una patria. Ha lasciato al termine dello US Open, con ventiquattro titoli, tre Slam e sei Masters 1000 in bacheca, dopo aver frequentato a lungo l’élite. Ha ricordato che il suo tempo non è stato immediato: “Sono entrato nei primi cento tardi, ma poi ci sono rimasto a lungo”, ha detto con il giusto orgoglio. Longevità come virtù, e una vittoria in singolare a Zagabria a completare il quadro. Dodig ha salutato con la serenità di chi ha abitato il circuito per davvero.
Tim van Rijthoven
Tim van Rijthoven è la storia breve che resta. Un titolo a ’s-Hertogenbosch da numero duecentocinque del mondo, tre top quindici battuti per via tra cui l’allora numero due del mondo Medvedev, poi il quarto turno a Wimbledon con tanto di set strappato a sua Maestà Djokovic incamminato verso il settimo sigillo all’All England Club. Infine il corpo che presenta il conto. A ventotto anni, il gomito ha deciso per lui. “Avrei voluto salutare con la racchetta in mano”, ha scritto, “ma a volte il corpo decide più velocemente della testa”. Resta un lampo che non si dimentica, perché il tennis vive anche di queste epifanie.
Christopher Eubanks
Christopher Eubanks ha raccontato l’addio come una lettera a se stesso. Da Atlanta al mondo, passando per Miami, Maiorca e i quarti di Wimbledon. “Se lo avessero detto a quel bambino del Southside, non ci avrebbe creduto”. Ha toccato il numero ventinove nell’estate incandescente di un incandescente 2023 suggellata dai clamorosi quarti di finale raggiunti a Church Road, subito dopo essersi preso un titolo sull’erba delle Baleari. Ancor prima di appendere in garage l’attrezzo del mestiere, Chris si era già reinventato con ottimi riscontri come analista e commentatore per ESPN e Tennis Channel.
Ricardas Berankis
Ricardas Berankis è l’ultimo, in ordine cronologico: la notizia dell’au revoir è arrivata quattro giorni fa, con il tono pacato delle decisioni mature. A trentacinque anni, il lituano ha chiuso un percorso iniziato da numero uno junior, passato per due finali ATP e un best ranking da cinquanta del mondo. “Venticinque anni non sono un numero”, ha scritto, “sono un cammino”. Pace e gratitudine, le parole con cui ha chiuso il cerchio, ringraziando chi lo ha sostenuto quando era più difficile. Lo ricorderemo come uno dei più ortodossi specialisti del veloce o velocissimo degli ultimi trent’anni di Tour, come dimostrano al negativo le sole dodici vittorie ottenute a livello “maggiore” sulla terra battuta: non è una critica, ma l’apposizione di un marchio DOCG.




