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“Una tribù che vince”: Alessandro Bega racconta l’Italia di Davis tra abitudini di gruppo, coraggio e scelte pesanti

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L’allenatore di Matteo Berrettini torna a Players Lounge e ripercorre la settimana trionfale di Bologna: “Atmosfera meravigliosa, dal primo caffè alla sera. I ragazzi sono stati bravi a convogliare l’energia nella giusta direzione”

Chi è passato per Bologna nei giorni della Davis ha azzardato la considerazione che segue: non è un torneo, è un accampamento. Una squadra che diventa famiglia, una settimana che diventa stagione, un’energia che finisce per decidere i match quanto un dritto ben tirato. Alessandro Bega, coach di Matteo Berrettini, lo ha raccontato a Players Lounge con la calma di chi ha vissuto le cose dall’interno, senza enfasi, ma con la nettezza che appartiene a chi sa come si vince in questi contesti.

Ma cosa si prova quando si arriva da campioni del mondo e si gioca in casa? Bega ha sorriso prima di rispondere, come se dovesse scegliere da dove cominciare. Già l’anno scorso a Malaga c’erano tantissimi italiani, ma vincerla in casa è un’altra cosa, ha spiegato. “Abbiamo ritrovato lo stesso spirito: gruppo compatto, atmosfera giusta. Lo spogliatoio così fa la differenza, perché ciò che costruisci lì dentro poi si vede in campo.

Il punto è che la Davis moderna non è più il capitano più quattro ragazzi: è una carovana di preparatori, fisioterapisti, coach personali, manager. Una squadra nella squadra. E Bega lo racconta con naturalezza: “Siamo fortunati, perché i ragazzi insieme stanno benissimo. Dal mattino alla sera si parla, si scherza, si mangia insieme, si gioca alla Play Station. Il tennista vive da solo quasi tutto l’anno: avere una settimana da passare così cambia tutto, moltiplica l’energia.”

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L’energia, appunto. Quella che ha ribaltato il match di Flavio Cobolli contro Bergs, diventato un manifesto della settimana. “In momenti come il 15 pari del tie-break del terzo set preferisci avere il pubblico con te,” dice Bega. “Flavio è stato bravo a canalizzare la spinta che arrivava dal palazzetto.”

Si è parlato anche del clima nei giorni delle rinunce: niente Sinner, niente Musetti, due top ten fuori. Bega ha escluso ogni tentennamento: “Non ho visto sconforto negli occhi di nessuno. Tutti avevano fiducia nei ragazzi presenti. E una nazionale che può permettersi di lasciare a casa Darderi, numero 26 al mondo, è forte per definizione.”

Poi è stato il momento del tema più delicato e dibattuto, quello del formato della nuova Coppa Davis per come incastonato in un calendario esondante, e Bega non si è sottratto. L’ex numero 259 ATP riconosciuto che una riforma è necessaria, ma avrà effetto solo se verrà riformato anche il resto della stagione. “La Davis andrebbe cambiata, sì, ma andrebbe cambiato tutto il calendario,” ha spiegato. L’allusione ai nuovi Masters 1000 è stata immediata: “Quei tornei da dieci, dodici giorni occupano quasi tutte le finestre che prima servivano ai giocatori per respirare.”

Per Bega, la questione non è ideologica ma strutturale: “Non puoi chiedere a un giocatore di fare una competizione intensa come la Davis tutti gli anni a fine stagione. Le settimane di off-season sono due: se una la dedichi alla Davis, non hai più margine.” Da qui l’ipotesi di un formato biennale o quadriennale, non per nostalgia ma per sopravvivenza. E un esempio lo ha chiarito con semplicità: “Non è pensabile andare a giocare la Davis in Brasile a febbraio e la settimana dopo essere competitivi a Doha.”

Sui Masters 1000 l’idea è simile: più che una condanna, una fotografia del quotidiano. “Ti dicono che c’è il giorno di riposo, ma finché sei dentro al torneo non esistono giorni liberi,” ha riflettuto. È il concetto di routine a cambiare tutto: “Tra un match e l’altro devi allenarti, andare in palestra, fare fisioterapia. La testa non si stacca mai.”

La conversazione si è poi spostata sulle scelte tecniche del doppio, con un punto fermo: la chiarezza del capitano Filippo Volandri. “La formazione prevedeva Bolelli e Vavassori,” ha ricordato Bega. “Il Capitano era stato chiaro la sera prima.” E ne ha approfittato per sottolineare la professionalità di entrambi i doppisti designati: “Stare sulla corda senza sapere se giocherai non è semplice.”

Da qui al passato recente il passo è breve, e la domanda era inevitabile: cosa succede quando in squadra hai il numero uno del mondo? Bega ha raccontato la scena con precisione, perché dice molto di come lo spogliatoio percepisce Sinner. “Lo scorso anno, prima del doppio con l’Argentina, non c’era una formazione definita. E ricordo Bolelli che dice a Jannik: ‘tu sei il numero uno del mondo, se te la senti giochi tu’.” Una frase che è diventata un manifesto: rispetto, fiducia, gerarchie naturali.

Il discorso è tornato infine sul presente, sull’ultimo Sinner-Alcaraz visto alle Finals. “È girata su pochi punti,” ha osservato Bega. A colpirlo, però, è stata la postura mentale dell’azzurro: “Mi è sembrato che Jannik avesse più voglia di vincerla.” E sul futuro non ha dubbi: “Jannik e Carlos sono due spanne sopra a tutti. Dietro vedo un certo livellamento. Bisogna sperare che qualcuno si inserisca, perché allo spettacolo farebbe benissimo.”

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